SINOSSI

Hebron è una città contesa, dominata dall’odio e dalla violenza. E’ l’unico posto dei territori palestinesi occupati ad avere una colonia israeliana nel centro storico della città: 600 coloni vivono protetti da 2.000 soldati israeliani in una città di 160.000 palestinesi. Ad Hebron il conflitto ha preso la forma di una guerra tra vicini di casa dove l’obbiettivo è conquistare ogni giorno un metro in più di città, tenere il nemico sotto controllo o semplicemente resistere. Sputi, calci, aggressioni, insulti fanno parte della vita quotidiana. Le donne, i bambini e l’esercito partecipano a questa guerra tra vicini. La storia di Hebron è un caso emblematico di un conflitto ancora irrisolto che dura da quasi 70 anni.

NOTE DI REGIA

Sono andata ad Hebron per insegnare un corso di filmmaking finanziato dall’Unione Europea. Solo più tardi è nata la voglia di girare un documentario. Arrivata in città sono rimasta impressionata dalla crudezza delle scene che vedevo. Niente bombe, esplosioni o rappresaglie armate ma un lento meccanismo in cui le condizioni di vita dell’altro, il nemico, vengono rese così intollerabili da costringerlo ad andarsene. Chiesi a Stephen Natanson di unirsi al progetto e continuare insieme le riprese. Volevamo restituire la crudezza delle scene di vita quotidiana e far vivere sulla pelle dello spettatore almeno un’ora e mezzo della violenza che tutti i giorni pervade questa città.

“Non esiste un posto dell’occupazione che odio più di Hebron. Faccio del mio meglio per andarci il meno possibile perché lì si vede l’occupazione nella sua forma più brutale, crudele e folle. È veramente il luogo del male.”


Gideon Levy, HAARETZ, giornalista

“Nonostante ci siano centinaia di giornalisti a seguire la vicenda, l’opinione pubblica israeliana non è realmente a conoscenza di ciò che accade nei Territori Occupati. E io credo che non sappia perché ha scelto di non sapere.”

Jessica Montell, B’Tsellem, organizzazione israeliana per i diritti umani
UN LABORATORIO DELL’ODIO

Hebron si trova a 30 Km a sud di Gerusalemme ed è una delle più grandi città della Cisgiordania, un luogo di pellegrinaggio per ebrei, cristiani e mussulmani perché qui è sepolto Abramo, il padre fondatore delle tre più importanti religioni monoteistiche. Il mercato della città era famoso in tutto il Medio Oriente come punto di ristoro e commercio per le carovane che da Damasco si dirigevano verso l’Egitto. Oggi la città è diventato un laboratorio dell’odio in cui diverse forze agiscono: i coloni israeliani, gli abitanti palestinesi, i soldati e alcuni israeliani contrari all’occupazione.

I COLONI ISRAELIANI

“Oggi nella terra promessa di Israele ci sono molte domande. Perché noi siamo qui? Siamo disposti a concedere qualcosa al nostro nemico? Siamo nel mezzo di una guerra, anche se non lo diciamo ad alta voce, e credo che ad Hebron non ci siano domande ma solo risposte. Siamo qui per i nostri patriarchi, perché Dio ci ha promesso che questa terra ci appartiene.”

Miriam Grabovsky, colona di Hebron

Nelle sacre scritture la Terra Promessa del popolo ebraico comprendeva sopratutto la Giudea e la Samaria che non coincidono con l’attuale Stato d’Israele ma piuttosto con la Cisgiordania dei territori palestinesi occupati. E’ questo presupposto che spinse nel 1968 il rabbino Moshe Levinger e un gruppo di 30 israeliani ad inoltrarsi nei territori occupati per insediarsi nella città di Hebron. Erano convinti che questa terra gli appartenesse per diritto divino e che fosse giunto il momento di riprenderne possesso.

Oggi i coloni che abitano ad Hebron sono in 600, vivono in enclavi nel centro storico della città, girano armati di M16, e sono protetti e scortati da 2000 soldati del governo israeliano. I coloni si considerano pionieri alla conquista di terre selvagge. Negli anni, il loro progressivo espandersi nella città, è stato possibile soprattutto grazie all’occupazione di nuovi edifici, spesso abitazioni confiscate dall’esercito ai residenti palestinesi o abbandonate dagli abitanti arabi che non ritengono più accettabili le condizioni di vita del posto.

“Non ho dubbi che se oggi altri 200.000 ebrei si trasferissero in Giudea e Samaria molti degli Arabi che sono qui se ne andrebbero. Non abbiamo bisogno di cacciarli. Oggi non credo nell’espulsione forzata di tutti loro perché se vedessero masse di gente arrivare, non per prendergli le case ma semplicemente per insediarsi qui, molti di loro se ne andrebbero spontaneamente”.

David Wilder, portavoce dei coloni di Hebron

“Se vogliono un governo mussulmano palestinese lo possono avere in Arabia Saudita, in Siria, in Iraq, in Iran, in Marocco, in Egitto e in Giordania, in tutti questi posti dove vivono gli arabi. Noi crediamo in Dio e nella sua promessa che questa terra ci appartiene. Se vogliono vivere qui come ospiti va bene ma se pensano di governare il paese, beh, questo è impossibile.”

Sani Horowitz, colona di Hebron

I RESIDENTI PALESTINESI

“Dobbiamo sempre pianificare il nostro rientro a casa perché i coloni ci prendono a sassate. Viviamo con questo tipo di preoccupazioni perché ci possono sparare in qualsiasi momento.”

Qawasmeh, residente palestinese

Il centro storico di Hebron è un tipico esempio dello stile architettonico dell’epoca d’oro dell’impero ottomano. Fino a qualche anno fa il vecchio suk era un posto brulicante di vita e di attività commerciali. Con l’arrivo dei primi coloni il volto del centro è lentamente cambiato prendendo l’aspetto di una città fantasma. L’esercito israeliano ha imposto misure restrittive per gli abitanti del posto, soprattutto dopo la seconda intifada. Quasi tutti i negozi del centro sono stati chiusi e sigillati e intere famiglie palestinesi si sono trovate senza lavoro.

Molte strade sono state “sterilizzate” che in gergo militare vuol dire “percorribili dai coloni israeliani ma vietate ai palestinesi” che per accedere alle loro abitazioni hanno trovato percorsi alternativi, scavalcando muri e tetti dei vicini di casa. In alcune delle strade ancora accessibili sono state fissate delle reti per proteggere i passanti dai rifiuti gettati dai coloni. Molti palestinesi hanno abbandonato la città, altri continuano a restare. Sono convinti che questa sia l’unica arma per resistere all’incalzante pressione degli occupanti.

“Se loro ancora pensano di essere il popolo eletto da Dio, beh, noi non crediamo che Dio sia un agente immobiliare che dice: ok, questa terra è per voi e quest’altra è per loro. Secondo me, se c’è un Dio, uno dei suoi meriti più importanti è quello di essere giusto. Non posso immaginare un Dio che dica: questa è la mia gente, e tutti gli altri sono spazzatura.”

Hamed Qawasmeh, residente palestinese

CONTRARI ALL’OCCUPAZIONE

“In ogni altro paese al mondo verrebbero chiamati fascisti, se non peggio. Sono un gruppetto di 500 persone circa che vogliono cacciare 160.000 palestinesi che considerano degli estranei. Loro che sono arrivati 30, 40 o 50 anni fa dall’Europa, considerano gli abitanti di Hebron, che invece sono lì da più di 5000 anni, degli estranei”.

Uri Avery ex-parlamentare israeliano

Durante la lavorazione al montaggio del film molte ore di materiale di archivio sono state messe a disposizione da diverse organizzazioni attive nella città. L’organizzazione israeliana per i diritti umani, B’tselem, ad esempio, da anni lavora ad Hebron ed è una delle fonti più attendibili per i numeri che descrivono l’occupazione. Con il progetto “shooting back” ha donato delle camecorder agli abitanti palestinesi per documentare i casi di violenza di cui sono vittime. L’EAPPI è un’organizzazione internazionale di volontari che accompagna le studentesse palestinesi a scuola per proteggerle dai figli dei coloni che le prendono a sassate.

L’ISM è un’altro movimento di volontari che fa interposizione in casi di tensione. Pattuglie delle Nazioni Unite redigono report aggiornati sullo stato di avanzamento della violenza. L’Hebron rehabilitation Committee è un’organizzazione palestinese che restaura i vecchi edifici disabitati per preservarli dall’occupazione da parte dei coloni. Breaking the Silence, un’ associazione di ex soldati israeliani contrari all’occupazione, conduce dei tour nella città per illustrare il volto dell’occupazione che le fonti ufficiali del governo non raccontano. Questi e altri sono i protagonisti di una città tormentata dal dissidio e dall’odio.

“Arrivati nel centro storico siamo rimasti scioccati. Dovevamo sempre imporre coprifuochi ed invadere case. Per strada vedevamo dei graffiti che ricordavano la Germania di una volta. Scritte come “Arabi nelle camere a gas”, “Fuori gli arabi” con disegnata accanto la stella di Davide. Non riuscivamo a crederci.”

Yehudi Shaul, ex-soldato israeliano, Breaking The Silence

“Non possiamo solo dire che sono dei folli e che non abbiamo nulla a che fare con loro. Siamo tutti responsabili di ciò che succede a Hebron. Per questo mi vergogno profondamente di essere israeliano quando vedo scene del genere. Perché è a mio nome. Quelle persone sono lì sotto il mio governo, grazie al mio stato.”

Gideon Levy, HAARETZ, giornalista

scheda tecnica | genere documentario lunghezza 72′ formato di ripresa pal aspect ratio 16:9 lingua originale inglese location israele, territori occupati palestinesi anno 2010 | crediti | una produzione blink blink prod. regia di giulia amati & stephen natanson montaggio giulia amati fotografia stephen natanson, giulia amati, boris sclauzero color correction gianluca palma, victor perez visual effects victor perez sound design matteo di simone sound supervisor piernicola di muro | con | gideon levy, sani horowitz, miriam grabovski, oren yakobovich, jessica montell, uri avnery, hamed qawasmeh, osaid rasheed, menachem landau, yehudi saul, david wilder, rabbi simcha hachbaum, rabbi moshe levinger, hani abu haikal, assam edanzi, hasham al-azzeh, feryal abu haikal, noam arnon, gosiame choabi, christina gibb, rabbetzin miriam levinger | altri premi | bellaria film festival – best film, buenos aires human rights film festival  best film and signs award, amal film festival (santiago de compostela, spain) – best documentary and audience award, cinema.doc – best film and audience award, doc.it professional – amg international award, ulassai film festival – best film, al ard film festival – best director and audience award, human rights film festival naples – best film, libero bizzarri film festival – special jury award, lo sguardo di omero – best film, medimed film festival – honorable mention | selezione ufficiale | mumbai film festival – official selection, international exile film festival gothenburg – official selection, colorado woman film festival – official selection, minneapolis st. paul international film festival – official selection.