SINOSSI

Il viaggio verso Shashamane in Etiopia, dove una comunità di persone di origine africana è tornata a vivere nella terra dei padri cantata da Bob Marley. Un esodo di ritorno che per alcuni rappresenta un approdo, per altri una gabbia dalla quale non poter più uscire. “Shashamane” racconta un capitolo della lunga storia della diaspora africana attraverso le voci di uomini e donne che dopo 400 anni dall’inizio della schiavitù, hanno lasciato l’Occidente per tornare a casa. Shashamane è il secondo film di una trilogia sulla terra promessa dopo la Palestina di “This Is My Land… Hebron”. Lo sguardo della regista ci restituisce il viaggio epico di chi ha sfidato la storia per riappropriarsi della propria identità africana.

NOTE DI REGIA

Per raccontare questa storia ci sono voluti 3 anni di indagini, 3 mesi di sopralluoghi e 6 mesi di condivisione nelle case e nelle vite di uomini e di donne di 3 diversi continenti. Ho filmato a Shashamane in Etiopia, a Kingston in Giamaica, a Birmingham e Londra in Gran Bretagna. La mia personale prova è stata la realizzazione stessa di “Shashamane”. Oltre alle difficoltà di filmare da sola in un luogo remoto dell’Africa, la sfida più grande è stata essere accettata dagli abitanti della comunità che hanno a lungo evitato il contatto con i media e gli sguardi esterni. Ho vissuto con loro, condiviso i loro pasti e le loro vite quotidiane, ho ascoltato le loro storie e raccontato la mia con onestà.

“Ci hanno chiamati sporchi negri, da sporchi negri siamo diventati negri, da negri siamo diventati neri e da neri siamo diventati afro-americani. Perché? Ci danno nomi diversi ma le nostre origini dimostrano chiaramente che siamo degli africani.”

Sister Patrice/Shashamane

Il triangolo che lega geograficamente la Gran Bretagna, le Americhe e l’Africa è la cosiddetta “tratta degli schiavi”. Nel documentario questi tre continenti fanno da sfondo ai personaggi che raccontano la storia dal loro punto di vista: i membri della comunità di Shashamane, chi a Shashamane ha vissuto ma ha rinunciato all’impresa ed è tornato in occidente, chi è partito dall’Inghilterra per riportare un dono agli abitanti della terra promessa. Shashamane si trova a 250 km a sud di Addis Abeba, e fu qui che l’Imperatore d’Ethiopia, HIM Haile Selassie donò 500 acri a tutti i neri del mondo, discendenti degli schiavi, che desideravano tornare a casa.

“Dopo essere stato così a lungo nel mondo occidentale è una gioia essere tornato in Africa ma è anche una grande sfida. La gente in Africa non ricorda chi siamo, non ricorda che ci hanno venduti come schiavi né come siamo stati portati via da qui.”

Ras Kamba/Shashamane

AFRICA | LA SCELTA DI CHI È PARTITO

Ras Mweya Masimba è un artista di origini Giamaicane, nato in Inghilterra e trasferitosi a Shashamane nel 1990. Attraverso le sue animazioni Ras Mweya illustra le gesta del suo popolo. Racconta della schiavitù, del dono della terra promessa, della voglia di riscatto, del rifiuto di subire un’identità che gli è stata imposta da altri nel corso della storia. Oggi, discendenti degli schiavi da tutto il mondo – Francia, Giamaica, Stati Uniti, Gran Bretagna e le Isole Caraibiche – vivono con lui a Shashamane. Tutti sono motivati dal desiderio di emanciparsi da secoli di umiliazione e far crescere i propri figli in un contesto privo di razzismo. Il documentario racconta la comunità dal suo interno. Ognuno dei personaggi contribuisce a dar vita a questa storia che inizia nel 1951 quando il primo pioniere si trasferì nella terra promessa.

“Non importa da dove vieni, se hai la pelle nera sei un africano” cantava Peter Tosh rivendicando il proprio orgoglio nero dopo secoli di schiavitù, linciaggi e segregazione razziale. “Stiamo lasciando Babilonia per tornare alla terra dei nostri padri” recitava una famosa canzone di Bob Marley. “La terra dei padri” di cui parlano molte liriche dei musicisti reggae è la terra promessa di Shashamane. Bob Marley stesso finanziò il viaggio di alcuni dei pionieri che si trasferirono in Etiopia negli anni 70 e li andò a trovare nel 1978. Nelle canzoni degli schiavi, l’Africa veniva ricordata come il paradiso perduto a cui ritornare quando la morte avesse liberato gli oppressi dall’inferno in cui erano stati gettati. Gli abitanti di Shashamane hanno trasformato questo sogno in una tangibile realtà.

“Come nero nato in occidente era fondamentale sapere chi fossi e sapevo di essere un africano strappato dall’Africa e nato in occidente. Tutti noi che siamo qui e abbiamo raggiunto la terra di Shashamane, in Etiopia, noi siamo i veri rivoluzionari.”

Ras Mweya Masimba/Shashamane

“E’ stata una sfida su tutti i fronti farcela qui in Etiopia e molti non ce l′hanno fatta. Chi è venuto in Africa deve essere trattato con rispetto perché ci sono molti che non hanno il fegato di lasciare il mondo sviluppato per trasferirsi qui.”

Bro Trika/Shashamane

GIAMAICA | LA SCELTA DI CHI È TORNATO INDIETRO

Ivan Coore, figlio dell’ex primo ministro ed ex ministro dell’economia della Giamaica, ha vissuto a Shashamane per 10 anni per poi far ritorno con la sua famiglia nei Caraibi. Quando Ivan viveva in Etiopia il paese fu destabilizzato da un colpo di stato militare che nel 1973 depose l’Imperatore Hailé Selassié e nazionalizzò tutte le terre, compresa quella di Shashamane. L’Etiopia fu stravolta da una rivoluzione culturale rossa che generò un clima di terrore. I sospetti oppositori al regime sparirono in fosse comuni e la violenza e i morti furono all’ordine del giorno. La comunità di Shashamane visse anni di grande incertezza e paura. Molti dei pionieri abbandonarono il Paese. Ivan resistette alcuni anni, poi decise di far ritorno in Giamaica temendo per la sua incolumità fisica e quella della sua famiglia. Non fu una scelta facile. Tornare in Giamaica voleva dire ritornare al passato. Il suo punto di vista e le ragioni che lo spinsero a rinunciare all’impresa, aiutano a capire la complessità della storia e a comprendere i grandi sacrifici compiuti da chi a Shashamane è rimasto, mantenendo vivo il sogno di fare dell’Africa la propria casa.

“I compagni che sono ancora a Shashamane a preservare la terra sono degli eroi perché senza di loro quelli che arrivano oggi non saprebbero dove andare e tutto quello che abbiamo fatto noi all’epoca sarebbe andato sprecato.”

Alan Skill Cole/Giamaica

“Per me in testa all’agenda c′è da rimuovere la regina d’Inghilterra come capo di stato della Giamaica. Non crede nel nostro diritto ad essere ricompensati del torto subìto, ma crede ancora che dobbiamo lavorare per il benessere del suo paese.”

IRIE FM/Giamaica

UK | LA RICERCA DI IDENTITÀ

“Il viaggio della vita può essere complesso e tortuoso e a volte bisogna fermarsi e riflettere. Da dove veniamo? Dove stiamo andando?”

Derek Bishton/UK

Derek Bishton è il primo fotografo professionista ad aver documentato la comunità di Shashamane nel 1981. Cresciuto nell’Inghilterra del dopoguerra, quando la Gran Bretagna aprì le porte alle colonie per portare forza lavoro e ricostruire il paese distrutto dai bombardamenti, Derek visse in prima persona il grande cambiamento culturale che avvenne in quegli anni. Gli abitanti delle colonie furono imbarcati su delle navi e portati a lavorare nelle fabbriche, nelle ferrovie, negli ospedali. L’Inghilterra stava diventando un paese multiculturale. La madrepatria che per secoli aveva conosciuto le proprie colonie solo attraverso le materie prime che importava, adesso veniva invasa da colori, volti, suoni e odori provenienti da tutti gli angoli del mondo. I figli degli schiavi furono chiamati ancora una volta a ricostruire la forza economica del paese.

Quando negli anni 70 la crisi finanziaria mondiale colpì anche la Gran Bretagna, Derek fu molto attivo nel documentare l’ondata di razzismo che scosse il paese, in particolare denunciando la violenza della polizia contro la popolazione nera che fu la più duramente colpita dalle discriminazioni razziali. È in quel periodo che Derek conobbe Merrise, la sua futura moglie, una donna Giamaicana che si trasferì in Inghilterra quando era una bambina, e sentì per la prima volta parlare di Shashamane. I giovani rasta ne parlavano come la terra promessa dove trovare rifugio da una società che ancora una volta li respingeva. Quando Giulia Amati incontrò Derek a Londra, il fotografo si preparava a tornare a Shashamane dopo 32 anni di assenza. Stava stampando le fotografie che scattò nel 1981 per donarle sia ai pionieri che alle nuove generazioni e ricordargli la grande impresa dei padri.

“Quando ero negli UK vedevo cose assurde. La nostra gente che lavorava per 60, 50, 40 anni e rimaneva sempre allo stesso livello, senza mai ottenere nulla, perché la società ci diceva: questo è quello che vi spetta.”

Ras Mweya Masimba/Shashamane

LE FUTURE GENERAZIONI

“Molti dei nostri genitori hanno rifiutato le loro radici africane, ma noi no. I nostri figli sono la continuazione della nostra stirpe sul territorio africano, sono il frutto della nostra conquista, ereditano quello per cui abbiamo lottato. I nostri sogni non sono per forza i loro sogni.”

Ras Mweya/Shashamane

Sono passate tre generazioni dalla nascita della comunità di Shashamane. Sui figli grava la scelta dei padri. I pionieri che per primi arrivarono nella terra promessa furono disposti a fare sacrifici enormi. Attraversarono l’oceano per arrivare in una terra sconosciuta in cui tutto mancava, non c’erano acqua potabile né elettricità, né case, scuole o ospedali e le risorse economiche erano scarse. I pionieri venivano spesso percepiti dalle tribù del luogo come alieni, non conoscevano la lingua del posto e la comunicazione all’inizio fu difficile. Il sacrificio più grande però fu quello di rinunciare alla propria libertà di movimento. Molti dei discendenti degli schiavi che si sono trasferiti a Shashamane infatti, non sono liberi di uscire dall’Etiopia perché privi di cittadinanza e di documenti ufficiali. Lo stesso destino ricade sui loro figli.

A volte il prezzo da pagare per i propri sogni può essere alto. Gli abitanti di Shashamane continuano a lottare per vedere i propri diritti riconosciuti. Il limbo mentale e geografico in cui si trovano non frena il loro desiderio di sentirsi accettati in una società che sembra continuamente respingerli, sia in Occidente che in Africa. Negli Stati Uniti ancora oggi ci sono casi di violenza brutale contro la popolazione nera. L’Europa è travolta dall’odissea di molti africani che rischiano la vita per raggiungere le coste in cerca di libertà e di una vita migliore. Il compito di costruire una società multiculturale complessa e armoniosa è un’impresa ancora lunga e articolata che richiede da parte di tutti la capacità di ascoltare, assumersi le proprie responsabilità e sapersi mettere nei panni degli altri.

“A volte nella vita bisogna prendere decisioni che comportano sacrifici. Ho lottato, e anche i miei fratelli e le mie sorelle hanno lottato per fare di questo posto la nostra casa. Non è stato facile e tutt’ora non è facile. E mi chiedo: è veramente casa questa? Può diventare la nostra casa?”

Bro Trika/Shashamane

“Più di 13 milioni di neri sono morti nelle circostanze dolorose che ci hanno inflitto. Ne sono morti molti di più degli ebrei uccisi da Hitler e dei morti ad Hiroshima. Nessuno ne parla, nessuno ci ha mai offerto un risarcimento o un sostegno per ritornare in Africa.”

Teddy Dan/Shashamane

scheda tecnica | genere documentario lunghezza 52’/80′ formato di ripresa avchd aspect ratio 16:9 lingua originale inglese, francese, location etiopia, giamaica, uk anno 2016 | crediti | una produzione blink blink prod. con rai cinema regia, fotografia e suono giulia amati montaggio giulia amati sound design roberta d’angelo montaggio del suono matteo di simone colorist vincenzo marinese musiche piernicola di muro produttore esecutivo e creativo flavia lauricella fotografie d’archivio derek bishton ricerche giulia bonacci | con | in etiopia ras mweya masimba, patrick campbell aka brother trica, george isles aka ras kamba, meme noel dyer, pametria blackman aka sister pam, sister patrice jonier, anne marie bough, anthony nevers aka brother moses, desmond martin aka brother desi, ruel mcLaughlin aka brother bunny, gwendolyn james aka sister gwen, teddy dan, sister carol rocke, ras kawintesab k. m. selassie, legal wolfe, isabelle beize aka sister seba in giamaica ka’bu ma’at keru, dr. clinton hutton, ivan coore, alan “skill” cole, carel colington in gran bretagna derek bishton.